Flopbook

Il viaggio di nozze di Mark Zuckerberg è durato poco, almeno quello con Wall Street. Dopo il modesto, seppur profittevole, debutto in borsa di venerdì, all’apertura dei mercati di ieri il titolo di Facebook ha cominciato una picchiata che a fine giornata l’ha portato dell’11% sotto il suo valore di lancio, chiudendo intorno ai 34 dollari per azione.
Inutile tentare perifrasi: si tratta di un autentico flop, che fin da subito marca la distanza tra Facebook (una compagnia che gestisce 900 milioni di utenti senza riuscire a monetizzarli) e Google (un ecosistema di servizi ubiquo e capace di ottenere introiti pubblicitari fenomenali). Basti pensare che, nel lontano 2004, Google lanciava la sua offerta pubblica iniziale fissando un valore di 85 dollari per azione. Al tempo in molti avevano criticato Mountain View per la sua scelta, sostenendo di aver gonfiato eccessivamente il valore delle proprie azioni. Ma poi la parola è passata al mercato e Google ha retto, le sue azioni non sono mai scese sotto la soglia iniziale.
Sul risultato sembra avere inciso un problema nel software NASDAQ che, subissato da cancellazioni d’ordine e aggiornamenti, è entrato in loop impedendo a diversi trader di ricevere aggiornamenti sulla propria posizione.
Tutto qui? Naturalmente no. Sebbene sia possibile che un disguido tecnico abbia allontanato potenziali investitori dalle azioni di Menlo Park, gli esperti concordano nel valutare che questo non basta a giustificare un flop come quello di ieri. Le ragioni della planata di Facebook in borsa vanno cercate altrove, per la precisione alle voci “crescita trimestrale” e “utili per azione”.
imagine: Kevin Krejci @ Flickr (modificata)







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