SINTIERRA OUTPOST

caotico buono

Non chiamateli Vinti

C’è una storia che meriterebbe di essere raccontata in eterno. Una storia che ora riposa sotto un memoriale in un cortile dalle parti di via Baracca, ad Arcore. È la storia di un gruppo di ragazzi poco più che maggiorenni che ha lottato contro una dittatura e un esercito invasore, alcuni sacrificando una vita appena fiorita, altri riportando ferite che non si sarebbero mai più rimarginate. Dove ora invecchia una scatola di cemento a quattro piani, sessant’anni fa si allungava un campo di aviazione, presidiato da soldati tedeschi al soldo del nazismo, li chiamavano SS. Una sera di fine dicembre, 24 ragazzi dei comuni del vimercatese hanno imbracciato mitra scadenti per liberare le loro città da un nemico verso cui il resto dello stato Italiano non aveva il coraggio di puntare il dito. È la storia di una notte di battaglia, di un popolo libero contro una dittatura che consumava le sue ultime feroci cartucce. Erano ragazzi come me, spesso più giovani, alcuni sono morti e hanno dato il nome alle strade delle nostre città, altri sono sopravvissuti fino ad oggi, e portano con sé una storia che non dovremmo mai stancarci di raccontare.

Si parla spesso di memoria, della necessità ogni ora più attuale di non lasciar spegnere il ricordo della Resistenza, di impedire che quanto è successo torni ancora. Per far sì che tante vite non siano andate perse invano è necessario passarci il testimone di generazione in generazione, impresa sempre più difficile, anche per colpa di chi è rimasto in disparte ad attendere l’oblio per cambiar di vestito.

C’è un tentativo in atto, un tentativo subdolo, a volte sfacciato, spesso politico, di riscrivere una Storia nuova sulle pagine sbiadite di quella autentica, di sostituire insomma il sangue con l’inchiostro. Ed è proprio per questo che sono le nuove generazioni le prime a dover stringere i denti e respingere questi attacchi. Se sapranno arginare oggi la tendenza revisionista renderanno più semplice il compito a chi verrà dopo di loro. Ora, a quasi settant’anni dalla fucilazione di Farinacci sul selciato del municipio di Vimercate, mia città Natale, per la prima volta mi trovo ad affrontare il pericolo di un cedimento della memoria alle spinte revisioniste. E senza la vostra memoria, senza la reiterazione del ricordo di tutti, una barriera che fino ad oggi è stata intoccabile andrà sgretolandosi come terra al vento.

Negli ultimi anni ci sono stati parecchi dibattiti attorno ai libri scritti da Gianpaolo Pansa. Ora, questo non è il momento né il luogo per discutere del contenuto di questi scritti. Ma voglio lo stesso fare un piccola considerazione su questa faccenda, perché rientra esattamente nel discorso che sto facendo.

Pansa, antifascista, ha intitolato il suo libro più famoso “Il Sangue dei Vinti”. Titolo che si riferisce all’uccisione di gerarchi fascisti da parte di partigiani anche dopo che la guerra era finita.

Vinti. Parla di Vinti. Come in una qualsiasi guerra, come se si trattasse di Romani contro Cartaginesi, i Romani conquistano Cartagine e ci entrano da vincitori, gli altri abbassano la testa sconfitti, vinti. Poi penso all’Italia, al Fascismo, alla Repubblica Sociale di Salò, all’invasione Nazista, all’esercito Partigiano di Liberazione. Ed ecco che la parola sfodera i suoi artigli, nel giro di poche lettere i fascisti sono passati da dittatori a Vinti, da squadristi a vittime, da sovrani a invasi. È un meccanismo perverso, silenzioso, che scavalca l’attenzione più in fretta della memoria storica, ti salta al collo e chiede pietà. I Vinti suscitano tenerezza, compassione, i Vinti non possono confondersi con gli oppressori, non possiamo permetterlo. In italia c’è stata una dittatura, una DITTATURA, ragazzi, con tanto di assassinii, soppressione della libertà di stampa e leggi razziste. Parliamo di regime allora, di errori storici, di vergogna. Chiamateli disgraziati, se proprio volete. Ma mai, ne oggi ne in futuro, non vi azzardate mai a chiamarli Vinti.

Da anni mi interrogo sul significato della memoria storica e sulla soluzione da adottare per renderla eterna. E allora mi tornano alla mente i poemi epici, e prima ancora gli aedi, i cantori professionisti dell’epoca greca, che impegnavano la propria vita a farsi messaggio e messaggeri della Storia, senza poter usufruire di un testo scritto, ma affidandosi completamente alla propria memoria. Penso al loro rendere favola la tragedia, a rendere immortale la morte di migliaia e migliaia di esseri umani. Il loro era un compito difficile, che veniva rispettato e riconosciuto da tutta la cittadinanza. L’aedo era intoccabile, poiché portatore di Verità.

Oggi Verità è una parola abusata, sfruttata come arma e come spauracchio, mitragliata come sprone e dispensata in dosi massicce come sedativo. È l’epoca della svalutazione delle parole, realtà intangibili, astratte come libertà e democrazia sono state svuotate del loro significato, rese pericolose. Per questo è arrivato il momento di nuovi aedi, di scrittori, cantautori che si affianchino a storici e giornalisti nel primo vero sforzo per rabboccare il calice vuoto della verità storica. L’Italia è un paese ricco di storia ma povero di memoria, ha bisogno di costante ripasso, di gente che racconti. E allora ascoltiamo, noi che abbiamo il prezioso privilegio di prestare orecchio a chi questa storia l’ha scritta con i denti e con le lacrime. Ascoltiamo e prepariamoci a raccontare, a diventare ognuno di noi aedo della nostra storia. 

Consci del fatto che questa volta non si tratta di narrare le gesta di un popolo guerriero, ma del guizzo vitale di ragazzi partigiani che hanno saputo liberare una terra e dare un significato concreto alla parola Libertà.

{Transatlanticismi} - Traccia Zero

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Avevo poco meno di trent’anni, lavoravo in un service editoriale con gli stessi benefit contrattuali di un raccattatore di cotone nell’Alabama di inizio ‘800. Tra le altre cose mi toccava scrivere recensioni per il sito web di un noto canale televisivo musicale. Funzionava così. C’erano i gruppi di serie A e quelli di serie B. I gruppi di serie A erano quelli di cui dovevi parlare bene, non importava che nell’ultimo disco avessero riciclato la peggio spazzatura degli ultimi 20 anni, non importava che nel giro di due canzoni già ti venisse voglia suicidarti con un cotton-fioc, la recensione doveva sprizzare entusiasmo.

Killers, tecnicamente, erano un gruppo di Serie B. E siccome nel 2008 avevano mandato in stampa un disco oggettivamente brutto (oggettivamente per me, s’intende), mi misi di buona lena e buttai giù una recensione a dir poco impietosa, un florilegio di risentite scudisciate che avrebbe fatto piangere il Pappalardo dei tempi migliori (posto che Pappalardo abbia avuto dei tempi migliori). Il noto canale televisivo si fece sentire fulmineo: “Ci siamo dimenticati di avvisarvi” scrissero in una mail “i Killers sono Serie A.”

Nel 2008 le cose funzionavano ancora così. Il download illegale non aveva ancora mandato a gambe all’aria l’industria musicale, i servizi di streaming legale erano ancora un miraggio, la gente non aveva ancora imparato a sfruttare a dovere YouTube e in città, nascosto tra un ferramenta e un bancomat, sopravviveva ancora qualche negozio di dischi. Insomma, c’erano ancora le condizioni ottimali per dirottare la massa critica degli ascoltatori come tanti fiduciosi topolini dietro un pifferaio.

Questa tendenza sopravviveva inalterata dagli anni ’90, quando per un mese intero MTV, VIDEOMUSIC, le radio, le riviste, le pubblicità sui giornali, non parlavano d’altro che del nuovo disco degli U2, di come la sua uscita fosse l’evento dell’anno, della qualità imprescindibile del nuovo singolo, che le varie emittenti riproponevano con tal foga da convincerti di sentirlo riverberare persino nello sciacquone del cesso. Era tutta un’operazione commerciale, naturalmente, ma in assenza di canali alternativi ti toccava restare fermo a beccarti la pioggia, e dopo un po’, per quanto ti facessero schifo, quei singoli li conoscevi tutti a memoria. Almeno finché il mese passava, gli U2 sparivano dalla scena, e tutti andavano in calore per l’imprescindibile nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers.

Oggi per fortuna operazioni di questo tipo sono molto più difficili. Tra Soundcloud, Bandcamp, Spotify e l’infinità di radio personalizzabili che popolano il web, i fiduciosi topolini hanno una rosa sempre più ampia di pifferai tra cui scegliere. Potremmo tirare un respiro di sollievo, rinfoderare la mannaia e crogiolarci nel consolante torpore di questa mezza vittoria. Non fosse che noi di Cadillac siamo intrinsecamente vendicativi. No, quei vent’anni di dittatura del noto canale televisivo ancora non ci vanno giù. Non ce la facciamo a dormire tranquilli sapendo di non aver pareggiato i conti.

Transatlanticismi servirà a questo, a rispedire al mittente tutto il letame infiocchettato che ci è stato fatto ingoiare con l’imbuto. Un avamposto di frontiera, un osservatorio permanente che si occuperà di setacciare il rigoglioso panorama musicale alternative che progredisce al di là dell’Atlantico.

Ogni mese andremo a spulciare con entusiasmo e onesta cattiveria le band più promettenti dell’underground americano e canadese, sciacquandocene i pendenti di omaggiare mostri sacri e operazioni da botteghino.

Una volta al mese ci troverete qui, con un’altra band, un’altra storia, un’altra dose non richiesta di appassionata arbitrarietà. E non temete, se i Killers rigurgiteranno un’altra schifezza, è qui che potrete venire a raccogliere il loro sangue.

(la rubrica #Transatlanticismi la trovate su Cadillac Magazine)

Il sistema immunitario della sinistra italiana (o del perché una parte della sinistra italiana non riesce ad accettare che Grillo non sia fascista)

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Nelle ultime settimane ci hanno provato in tutti i modi. Hanno tirato in ballo Casapound, Forza Nuova, hanno azzardato parallelismi tra la figura di Grillo e quella del Duce, sono persino andati a ripescare uno spezzone ritagliato con encomiabile capziosità da uno spettacolo del 2006. Le hanno tentate tutte per convincermi che Beppe Grillo è un fascista. E non parlo degli organi di stampa, o dei partiti a lui concorrenti, parlo delle persone comuni, che come me si sentono autenticamente di sinistra e autenticamente anti-fascisti, e che non riescono ad accettare che Grillo possa non essere un fascista, un leghista o un nuovo Berlusconi.

All’inizio pensavo che fosse un problema cromatico, che molte persone, dopo aver sperato una vita nella rivoluzione, ora non riescono ad accettare che si faccia senza sventolare bandiere rosse. Poi ho capito  che il problema non ha fare con il colore politico, ma con l’immunologia.

Due comunisti in una stanza      
C’è un aforisma che chi ha anche solo bazzicato le sedi di partito e gli ambienti della sinistra avrà probabilmente sentito: “Chiudi due comunisti in una stanza per qualche ora e quando aprirai la porta avranno litigato”. La prima volta, l’ho sentito citare al liceo. Al tempo non mi disse molto, mi sembrò una frase ad effetto per descrivere (o forse giustificare) l’inguaribile litigiosità che spesso disinnesca le conversazioni tra persone animate da quel particolare tipo di urgenza politica.

Durante questa campagna elettorale, quella frase mi è ritornata in mente più volte, per l’esattezza ogni volta che i partiti, i militanti e le piattaforme culturali di sinistra hanno imbastito delle campagne per allarmare l’elettorato su una non meglio precisata vicinanza di Beppe Grillo al fascismo. Esistono decine di casi, per semplicità ho deciso di concentrarmi su quello più marchiano e ridicolo: la notizia secondo cui, lo scorso giugno, il Movimento 5 Stelle avrebbe appoggiato una manifestazione di Forza Nuova.

Nel caso vi foste persi l’episodio, ecco com’è andata:

Il blog di Beppe Grillo, che volendo si può identificare come organo di informazione del Movimento 5 Stelle, ospita nella colonna di destra i contenuti di un aggregatore di notizie, Tzé Tzé, gestito dalla Casaleggio Associati . Si tratta dunque di una piattaforma su cui chiunque può caricare un contenuto, i più letti poi vengono automaticamente palleggiati sul Blog di Grillo senza alcun tipo di filtro o di intervento da parte di Casaleggio o Grillo stesso. Cos’è successo lo scorso giugno? È successo che da Tzè-Tzè è arrivato un contenuto che pubblicizzava un incontro di Forza Nuova, e che questo contenuto è apparso nella colonna di destra.

Nel giro di qualche minuto l’episodio (di per sé marginale) si è trasformato in notizia. Diversi organi (tra cui il Corriere) hanno ripreso la cosa farcendola con un titoli esplosivi sulla falsariga di “Grillo ospita un evento di Forza Nuova”, salvo poi evitare all’inteno del pezzo qualunque tipo di controllo o approfondimento. Nelle ore successive, la notizia è stata palleggiata in tutta la Rete subendo una pericolosa metamorfosi da telefono senza fili. Nel giro di qualche ora, la notizia era diventata: “Il Movimento 5 Stelle appoggia Forza Nuova.”

Lo scivolone di Tze Tze è un errore e, comunque la voglia mettere Grillo, il suo Blog ha la responsabilità su tutto quello che ci approda. Perciò io per primo credo che Grillo e il M5S debbano fare mea culpa e scusarsi con i loro sostenitori per la svista. Fermo restando che di questo si tratta: una svista.

Non sono un ingenuo, non mi stupisco che una torma di avvoltoi mediatici non aspetti altro che un pretesto per lanciarsi in picchiata sulla bovazza fumante nella speranza di fare a brandelli la credibilità di Grillo e compagnia. Se il M5S ha un primato è infatti quello di creare problemi a un ventaglio incredibilmente ampio di soggetti: i principali organi di stampa (tra i punti cardine del programma del Movimento c’è l’abolizione di ogni contributo statale alla stampa), la quasi totalità dei partiti politici (nel 2007, prima ancora che il M5S esistesse, Grillo ha raccolto 336.000 firme per chiedere l’estromissione dei condannati dal Parlamento) e in particolare quelli di sinistra (gli ultimi sondaggi danno il M5S oltre il 15%, e a giudicare dalle recenti aperture di Bersani ai “grillini”, non è da escludere che questa percentuale sia salita non poco).

Quello che mi stupisce, piuttosto, è il feroce odio dimostrato dai militanti e dalle organizzazioni di sinistra ed estrema sinistra, che da qualche tempo a questa parte sembrano preoccupate di trovare in Grillo e nei suoi sostenitori i segnali di un non ben precisato “cripto-fascismo”. Alla notizia del post relativo a Forza Nuova “ospitato” sul blog di Grillo, su Facebook e Twitter si è scatenata una tempesta di dichiarazioni indignate. C’era chi sosteneva che Grillo si fosse lasciato sedurre dalle moine anti-capitalistiche di Forza Nuova, chi invece riportava a galla uno spezzone ritagliato ad arte da uno spettacolo di sei anni fa, chi storpiava per l’ennesima volta la battuta di Grillo su mafia e banche, chi addirittura si spingeva a ripescare il virgolettato omofobo dell’ex-grillino Francesco Perra.

A leggere quegli interventi, un osservatore esterno avrebbe concluso che Grillo e il suo Movimento sarebbero dunque: razzisti, mafiosi, omofobi e, naturalmente, profondamente fascisti. Eppure basta dare una scorsa al programma del M5S per capire che, per quanto in parte ancora acerbo, in molti punti è estremamente vicino a quelli dei partiti superstiti della sinistra extraparlamentare. Ma questo non importa. Non importano le battaglie per l’energia rinnovabile, quelle contro il precariato, la partecipazione attiva (soprattutto a livello di politica locale) alla mobilitazione No Tav. Non conta il supporto all’elezione di Sonia Alfano al Parlamento Europeo, non contano nemmeno le decine di interventi che critici e intellettuali riconducibili alla sinistra extraparlamentare hanno pubblicato sul Blog: se nella colonna di destra del sito appare qualcosa che rimanda a Forza Nuova, allora Grillo è un fascista, e con lui baracca e grillini.

Se vedi un punto nero spara a vista      
Quando ancora ero uno studente universitario traboccante di speranza, un giorno mi imbattei in facoltà in un temibile reclutatore di Lotta Comunista. Come da programma, il ragazzo era sigillato dentro un impeccabile completo da ragioniere e appena mi vide iniziò a sgranare il suo repertorio sulla necessità di un rinverdimento della Lotta di Classe globale contro il Capitale, sull’attualità di Marx, sulla situazione del proletariato e via blaterando. Gli chiesi di lasciarmi il volantino, lui mi chiese prima il mio numero di telefono, io rifiutai. Andò più o meno così:

“Che c’è hai paura?”     
“No. Dammi il volantino e se poi mi interessa mi faccio sentire io.”    
“Sei per caso un fascio?”            
“Non direi, alle ultime elezioni ho votato Diliberto.”  
“Ah, peggio ancora.”

Peggio ancora. Come a dire che in tutto lo spettro cromatico della politica italiana, il punto più nero si posiziona a una sfumatura di distanza dal rosso scarlatto.

La mia impressione, è che tra i militanti di sinistra molti si sentano orfani di un nemico da combattere. E sempre parlando di colori, un’altra frase casca a pennello, una che ho sentito intonare (e che per anni io stesso ho intonato) in diverse manifestazioni: “Se vedi un punto nero spara a vista. O è un prete o è un fascista”. Negli ultimi tempi, purtroppo, questo slogan ha assunto una valenza piuttosto tetra.

Qualche tempo fa ho avuto una discussione piuttosto accesa con un mio amico che, sconcertato dalla possibilità che pur appartenendo alla sua stessa area politica la pensassi in modo diverso da lui, non esitò a darmi del “fascista”. Quell’appellativo era così fuori luogo e inappropriato che mi venne da ridere. Lui, invece, era mortalmente serio.

Un odio autoimmune       
E insomma, ero lì che pensavo a questo mio amico, al reclutatore di Lotta Comunista, all’acritico odio anti-Grillo, ai due comunisti nella stanza, cercando di trovare una spiegazione sensata, quando alla fine ho capito che il vero problema consiste nell’incontenibile bisogno che alcune persone hanno di identificare un nemico certo. L’idea mi è venuta ricordando una vecchia lezione che avevo seguito all’Università. Trattava di immunologia, e nello specifico: di allergie.

Secondo una teoria chiamata Hygiene Hypothesis, l’allergia non sarebbe altro che uno scompenso immunitario. Il nostro sistema immunitario è un meccanismo formidabile, perfezionato attraverso centinaia di migliaia di anni di evoluzione, e addestrato a riconoscere gli agenti patogeni provenienti dall’ambiente esterno e a neutralizzarli. Il mondo in cui viviamo oggi è molto più pulito, sterilizzato e asettico di quello in cui i nostri antenati (e con loro il nostro sistema immunitario) si sono evoluti. Il risultato è che a volte, in mancanza di un numero sufficiente di agenti patogeni esterni da combattere, il sistema va in tilt e identifica come “nemici” degli elementi tutt’altro che patogeni. Per farla più semplice: è come se avessimo schierato sulle barricate un enorme esercito di cecchini che, poiché i tartari stentano ad arrivare, finiscono per prendere di mira i cespugli, i gatti che bazzicano le trincee, e a volte, le mura stesse del castello.

Analogamente, il sistema immunitario della sinistra italiana di oggi si è evoluto in un periodo in cui i nemici (o se preferite, i fascisti) erano facilmente identificabili. Erano gli squadristi e i repubblichini del Ventennio, era Gladio e i Kossighiani del secondo dopoguerra, erano i neofascisti di Ordine Nuovo e dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Poi, dalla metà degli anni ’90 in poi, il nemico che un tempo era facilmente inquadrabile ha cominciato a rarefarsi. I “punti neri” hanno assunto le tonalità del verde Padano e dell’azzurro Berlusconiano, per poi scolorire in un acquerello indecifrabile in cui gli ex-MSI parlavano di voto agli immigrati e gli ex-PCI di finanziamenti pubblici alle scuole private.

Oggi, con Berlusconi e la Lega che sferrano gli ultimi colpi di coda, AN ormai diluita in percentuali omeopatiche e il neofascismo relegato a piccole frange in guerra tra loro, il vero nemico (le Banche? I Tecnici? Il Capitalismo?) è troppo astratto e impalpabile per poter essere inquadrato in un mirino. Il risultato è che il sistema immunitario della sinistra a volte oscilli come una bussola impazzita alla perenne ricerca di un Nord che ha perso polarità.

Possiamo continuare a cercare conferma alla tesi secondo cui Grillo è un cripto-fascista e i suoi sostenitori sono i nuovi leghisti, oppure possiamo cominciare a valutare i movimenti per quello che propongono e gli scivoloni formali per quello che sono. E magari, nel frattempo, procurarci una scorta di antistaminici.

Generazione in Cadillac

                                             

Quando ho scritto Generazione di Mezzo, qualche mese fa, ho pensato che nessuno avrebbe voluto pubblicarlo; distopico, incazzato e politico com’era. I ragazzi di Rivista Cadillac invece non ci hanno pensato due volte. 

Così, ora non solo uno dei racconti a cui tengo di più è stato pubblicato, ma è stato pubblicato spalla a spalla con un inedito di Jonathan Lethem (!) e a quelli di altri autori italiani (Roberto Mandracchia, Francesca Scotti e Antiniska Pozzi) altrettanto validi.

Ecco, ora posso morire contento.

Prima però è il caso di comprarsi una bottiglia di vino buono, e di ringraziare Giulio D’Antona (per la fiducia, lo sbattimento e la pazienza) e Matteo B. Bianchi (per aver scudisciato consigli sinceri).

Il numero quattro di Cadillac lo potete leggere gratuitamente qui. Io però vi consiglio di procurarvelo in versione cartacea.

I miei 2 poscrediti su Total Recall

   

Dopo aver sorbito, ingerito e digerito il remake di Total Recall girato da Len Wiseman, ho scritto un pezzo che parla di Total Recall, Philip K. Dick e dello stato di salute precario della fantascienza, che i ragazzi di inutile hanno deciso di pubblicare. 

Immaginare un futuro come quello dipinto da Ridley Scott inBlade Runner, infestato da aria irrespirabile e governi spiccatamente totalitari può ancora funzionare, nel 2012, ma risulta molto meno coinvolgente. Quando a Philip Dick fecero vedere i primi 20 minuti diBlade Runner(gli unici che sarebbe mai riuscito a vedere) si dichiarò sconvolto nel vedere un futuro “esattamente identico” a quello che aveva immaginato.

«Io e la ragazza che era con me, stavamo lì seduti a guardare l’inizio di Blade Runner e faticavamo a credere ai nostri occhi» dichiara Dick in un’intervista oggi reperibile inWhat if our world is their heaven? «Si vede questa vettura volante che atterra sul tetto di un edificio della polizia di 400 piani. Il film è ambientato tra 40 anni e questa maestosa sede della Polizia che domina il paesaggio è esattamente come io mi immagino il futuro tra 40 anni.»

Era il 1982, al tempo era comune immaginarsi viaggi su Marte, teletrasporto, auto volanti e roba simile (qualche anno dopo, il 2025 raffigurato in Ritorno al Futuro 2 apparve sorprendentemente verosimile). Oggi, trent’anni dopo, sappiamo che le macchine volanti hanno fatto una fine simile agli eserciti di uomini clonati e alle basi lunari, chiusi a chiave nel cassetto delle idee inutili o irrealizzabili. Il risultato è che noi (come in parte lo stesso Dick) siamo cresciuti immaginandoci un futuro a forma di macchina volante, ma ci ritroviamo per le mani un futuro tascabile, a forma di smartphone.

L’articolo completo lo trovate qui.

Democrazia diretta, elettronica o liquida?

  

Nel suo discusso e spavaldo saggio In difesa dell’Anarchia, il filosofo Robert P. Wolff sconfessava categoricamente gli odierni sistemi politici basati sulla democrazia rappresentativa, al grido di “ un governo per il  popolo è benevola schiavitù, un governo del popolo è vera libertà”. Nell’esporre la questione, si spingeva anche a definire un concetto assoluto (e per lui ideale) di democrazia diretta, ipotizzando una situazione in cui ogni individuo è chiamato ad esprimersi su diverse questioni e in cui le decisioni vengano prese necessariamente all’unanimità. 

Era il 1970, e al tempo diversi addetti ai lavori bollarono le idee di Wolff come utopia spicciola, buona forse per infiammare le coscienze meno allenate al cinismo. In 42 anni, però, qualcosa è cambiato. C’è stato l’avvento di Internet, l’esplosione e l’espansione del Web, dei forum e dei social network. La gente si è abituata a commentare, esprimere giudizi, alzare e abbassare pollici in calce a qualsiasi tipo di contenuto, a firmare petizioni, e soprattutto,  creare piattaforme di discussione e attività politica direttamente in Rete (basti pensare al caso di Seconde Generazioni, il portale tramite cui gli immigrati di seconda generazione fanno sentire la propria voce). 

Certo, parlare di decisioni prese all’unanimità è un’inapplicabile forzatura (nonché scomodo presupposto di alcune teorie anarchiche). Il concetto di democrazia diretta, o meglio: di democrazia diretta elettronica, invece, ha perso in parte quell’aura utopica che impediva di prenderlo seriamente in considerazione.   

L’argomento è diventato di spiccata attualità prima nel 2011, quando le proteste del movimento 15M e diOccupy Wall Street hanno visto migliaia di giovani invadere le piazze urlando “ Democrazia Reale Ora”; poi lo scorso maggio, quando il Partito Pirata Tedesco ha raggiunto l’8.3% nelle elezioni statali della regione  Schleswig-Holstein e il 7,5% in  Nord Reno Vestfalia, basandosi su un’organizzazione interamente votata alla democrazia diretta online; infine in questi giorni, quando un fuorionda strappato al consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, Giovanni Favia, ha imposto nella discussione politica il tema della democrazia diretta organizzata in Rete. 

Tra tutti gli strumenti che hanno tentato un approccio digitale alla democrazia diretta il più celebre e utilizzato è sicuramente LiquidFeedback. Sviluppato da Public Software Group, su richiesta del Partito Pirata Tedesco, LiquidFeedback è software progettato per coordinare proposte, votazioni e deleghe degli appartenenti a un certo movimento o un certo partito. Mediante un sistema (piuttosto discusso) di autenticazione, i membri di un’organizzazione accedono alla piattaforma e hanno la possibilità diesprimere il proprio voto su una determinata proposta, proporne una alternativa o delegare un altro membro perché voti al proprio posto. Questa ultima possibilità ha creato non poche perplessità, dal momento che introduce il rischio che alcune personalità arrivino ad accumulare potere collezionando le deleghe di membri che magari non hanno veramente interesse a esprimere la propria posizione (per questo motivo, gli sviluppatori hanno introdotto un sistema per eliminare automaticamente gli utenti inattivi). 

Fino a oggi, LiquidFeedback è stato utilizzato, per gestire le decisioni interne all’organizzazione, da diversi Partiti Pirata europei (in Germania, Italia, Austria, Svizzera e Brasile) e, recentemente, dal alcuni gruppi locali del Movimento 5 Stelle (il MeetUp di Bergamo, per esempio). Altri software simili a Liquid Feddback sono Adhocracy e CrowdVote

Tecnicamente, più che strumenti di democrazia diretta, si tratta di strumenti di democrazia liquida, dal momento che consentono di delegare il proprio voto a una o più persone, creando una concatenazione di deleghe che riprende alcuni principi della democrazia rappresentativa. Per quanto invece riguarda la democrazia diretta elettronica, dalla metà degli anni ’90 ad oggi sono fiorite decine di progetti che oggi vengono catalogati alla voce Metagoverno

Un particolare tipo di democrazia elettronica è chiamato Wikidemocrazia, strumenti come Candiwi eOpenpolitics propongono una soluzione collaborativa al processo decisionale. Sostanzialmente, chiunque è libero di modificare lo statuto, il programma, le direttive politiche di un movimento, ma il suo contributo deve essere prima accettato dall’intero gruppo (in questo senso, è il tipo di democrazia diretta elettronica che più si avvicina a quella postulata da Wolff). L’ approccio wiki viene spesso utilizzato più per operare brainstorming propositivi che per prendere vere e proprie decisioni. 

Ci sono poi progetti che si concentrano nella creazione di un’ alternativa alla situazione governativa attuale, è il caso del governo ombra online sperimentato in Finlandia e di altre iniziative come White House 2.0, che tra il novembre del 2008 e il dicembre del 2010 ha condotto un esperimento volto a mostrare come gli Stati Uniti potrebbero essere governati se le decisioni fossero prese direttamente dai cittadini connessi in Rete. 

Gli embrioni di democrazia liquida, collaborativa e diretta presenti in Rete sono innumerevoli, ma pochi sembrano avere la lucidità e la preparazione necessaria a risolvere quelle criticità che ancora oggi serrano il concetto di democrazia diretta nei ranghi dell’ utopia: mancanza di un sistema di autenticazione imparziale e affidabile, difficoltà nel garantire l’accesso agli strumenti decisionali a tutte i cittadini interessati, poca visibilità per le posizioni di minoranza (che in assenza di un numero sufficiente di supporter rischiano di scomparire anzitempo dal tavolo delle discussioni), e infine, il problema della gestione di questi portali (chi assicura che i dati e i numeri non vengano falsati?).  

In Australia, il partito Senator Online si batte per dare ai cittadini la possibilità di esprimere un voto elettronico registrato per ogni singola proposta di legge che transiti per il Senato. Tuttavia, è ancora irragionevole credere di poter introdurre i principi della democrazia diretta nei parlamenti democraticicome un ariete in un portone (non a caso, Senator Online fatica a raccattare lo 0,1% dei voti). Gli strumenti a cui abbiamo accennato sono quasi tutti in fase alfa, sono oggetto di continuo perfezionamento, ma devono ancora passare diverse fasi di test per poter essere spogliati di ogni criticità. Ma se un’applicazione di questi strumenti alla politica governativa è ancora fuori discussione, ipartiti e i movimenti possono essere un ottimo terreno di prova.

(articolo apparso originariamente su Wired.it)

immagine:  JSsocal

Punk Gender

         

In a perfect world, who would she like to look like? Grace laughs. “I’m big on hair. I love Julianne Moore’s hair. That’s all I’d like: Julianne Moore hair.”

Non fate l’errrore di perdervi la lunga, folgorante intervista comparsa sul Guardian di Decca Aitkenhead a Tom Gabel, leader degli Against Me!, in cui racconta cos’è la disforia di genere e perché abbia deciso di diventare donna.


Calare l’asso

                                

                 (recensione non richiesta del romanzo Un Amore di Dino Buzzati)

Una serata qualsiasi a perder tempo sui navigli. Filippo e Giorgio stanno buttando giù una IPA da 4 euro servita alla pompa. Da dieci minuti parlano di scrittori italiani e di come, a volte, nel mazzo di romanzi possibili che ognuno di noi tiene nella manica, capita di calare l’asso della partita perfetta.
“Buzzati, il suo, l’ha giocato con Un Amore” fa uno.
“Già, capolavoro assoluto” fa l’altro.
“E poi, la lingua…”
“Cristo, sì, incredibile per quei tempi.”
Avanti così per un altro quarto d’ora, finché la birra finisce e io mi ritrovo a tornare in Brianza con quel titolo che si è conficcato tra le pareti del cranio.

Buzzati, come molti, l’avevo conosciuto e salutato al liceo, e come molti avevo letto solo Il Deserto dei Tartari, un libro che avevo trovato splendido. Quattoridici anni dopo, Buzzati è poco più di un bel ricordo, e sicuramente non c’è spazio per riprenderlo in mano, contando poi che ho già due libri per le mani, più la temibile pila dei “da leggere” che si avvita precaria verso il soffitto di camera mia.

Insomma, qualche giorno dopo parto per la Sardegna, quattro giorni a spegnere il cervello, raddrizzare un poco la schiena, dimenticarsi l’esistenza di Internet. Sulla strada per l’aeroporto mi fermo in libreria, il chiodo è ancora là, non ne vuole sapere di staccarsi dal cranio. Chiedo se hanno Un Amore, ce l’hanno, salgo in aereo alleggerito di nove euro, comincio a leggere. Nel giro di venti pagine capisco che i due maledetti di cui sopra avevano ragione.

Per puro caso, qualche giorno prima di partire ho visto Lolita, il film che Kubrick ha tratto (male, secondo me) dal romanzo di Nabokov. Le due storie, per certi versi, si assomigliano. C’è l’intellettuale borghese che incespica alle soglie dei 50, c’è la ragazzina (maggiorenne, in Buzzati) che sa per istinto come trasformare un uomo in zerbino con pochi, calibrati accorgimenti, c’è la progressione dall’innamoramento in dipendenza, paranoia, insonnia, degenza. E poi le scenate, gli appostamenti, l’abbrutimento di un uomo che ha perso ogni dimensione e spurga tutto il male di cui è capace come una cozza in un catino.

Nel romanzo di Buzzati tutto questo c’è. Solo che c’è anche altro. Molto altro.

C’è il tentativo di disinnescare il dolore analizzandolo, dissezionare un sentimento per sua natura indecifrabile e rigirarlo sotto vetro in un inconsolabile mea culpa. C’è la traduzione maniacale del corpo e del carattere di due personaggi che mai, nemmeno per un momento, riesci a credere fittizi. Questo è possibile perché c’è la volontà, l’esigenza di esser trasparenti, di confessare, di spingere la narrazione oltre i limiti del letterariamente consentito, realizzando una sorta di inconsapevole autoritratto sentimentale, la radiografia di un’esperienza che nessuno strumento (materiale o intellettivo che sia) potrebbe mai catturare dall’esterno. C’è l’umiltà di raccontare al mondo come un uomo può essere parcheggiato, sfibrato, privato una goccia alla volta della propria dignità.

Non c’è traccia di artificio, in questo romanzo, fatta ovvia eccezione per i nomi dei protagonisti. La Milano degli anni Sessanta esce dalla pagina concreta e diretta come un tram, trascinando con sé, cinquant’anni dopo, un mosaico urbano fatto di viali gonfi d’afa, budelli infrattati, lampioni che fumano nella pioggia, residui di un mondo paesano che sopravvivono nelle corti dei vecchi edifici, nascosti da labirinti di vicoli, popolati da una fauna umana così autentica e dolente che quasi incute nostalgia.

Se Buzzati ci riesce è grazie a un uso allenato della lingua italiana, che piega con naturalezza a qualsiasi esigenza, senza per questo appesantire o plastificare una narrazione che non smette mai di essere scorrevole. I dialoghi, i monologhi interiori, i flussi di coscienza si alternano senza regola, la punteggiatura viene sempre e solo sottratta, i tempi verbali scardinati che oscillano dal presente, al futuro, al passato, a volte all’interno della stessa frase. E poi le descrizioni di contorno, l’ambiente cittadino che appare una manciata di ingredienti alla volta, come decine di gocce di colore che, lanciate sul foglio in rapida sequenza, finiscono per comporre un’immagine sorprendentemente vivida. E ancora, il modo in cui Buzzati ritorna sulla stessa scena, quasi volesse ricalcarla da un’angolazione differente, come un giardiniere che falcia un punto del prato e poi, non contento, ci ripassa arrivando da un’altra direzione.

Sono gli strumenti che Buzzati ha scelto per vivisezionare un sentimento, una condizione mentale inevitabilmente oscura, ma che osservata a ritroso, e con perizia, mostra piccole crepe in cui si può far filtrare luce, e alleviare così anche di poco l’inquietudine che ci marcisce. Non serve spulciare Wikipedia per capire che Antonio Dorigo è il clone narrativo che Buzzati ha condannato a ripercorrere un tipo di inferno quasi identico a quello che lui stesso ha percorso, rincorrendo un’altra ragazza, in altre situazioni, in un altro periodo, nella stessa Milano.

A chi è capitato di rimanere parcheggiato alle caviglie di una donna ritrosa, chi si è umiliato, degradato, chi si è lasciato consumare da un rapporto malato fino a perdere le tracce di se stesso, conosce bene la sensazione che si sperimenta a fine percorso, quel senso di inesistenza, di un vuoto che sembra incolmabile. Invece di provare a riempire quella voragine, Buzzati ha deciso di camminarci intorno, di riaffacciarsi un’altra volta a perlustrarne i bordi, deciso a decifrarlo, o quanto meno a trovargli un nome.

A quattro anni di distanza (l’esperienza risale al ’59, il romanzo pubblicato nel ’63), Buzzati si è rialzato da quel bordo e ha calato il suo asso. Il risultato è un capolavoro assoluto, sì, un romanzo che cinquant’anni dopo ancora riesce ad afferrarti per la bocca dello stomaco e stringere, per poi lasciarti seduto sul bordo della sua voragine, con un cerino acceso in mano, e i piedi sospesi sul buio più nero. Incredibilmente arricchito. Come uomo e come scrittore.

Immagine: I misteri dei condomini - di Dino Buzzati

Una pubblicità vi seppellirà

       

Pubblicità, pubblicità, pubblicità. Chi come me è nato all’inizio degli anni Ottanta è cresciuto portandosela a braccetto, abituandosi alla sua presenza come ci si abitua all’odore dell’aria che si respira. Ma ci sono di limiti, un tempo la pubblicità era circoscritta alle pause di una trasmissione televisiva, alle pagine dedicate di un quotidiano, agli appositi cartelloni ficcati nei marciapiedi. Sul Web, invece, la pubblicità è onnipresente, e non passa giorno senza che diventi più ubiqua.

Prendiamo ad esempio Facebook. Non paghi degli ottimi risultati ottenuti negli ultimi mesi, a Menlo Park sono costantemente alla ricerca di nuovi modi per indirizzare suggerimenti, consigli per gli acquisti e offerte imperdibili al loro vasto parco utenti. L’ultima trovata porta il nome di Sponsored Results ed è attualmente in fase di test.

Gli Sponsored Results funzionano così: vuoi compiere una ricerca attraverso il motore di Facebook, cominci a scrivere nella barra e mentre digiti si apre una tendina con alcuni risultati suggeriti in anticipo. Fin qui tutto normale. Poi però guardi con più attenzione e scopri che sotto il primo risultato suggerito non c’è un altro risultato, ma una specie di pubblicità. Poniamo che tu stia cercando un vecchio videogioco, nel digitare il titolo Facebook ti allungherà come primo risultato la pagina del gioco che stai cercando, a seguire – se qualche advertiser ha deciso di piazzare il lombrico su quel preciso amo – comparirà probabilmente un altro titolo, corredato da una scritta tipo: ti è piaciuto giocare a X? Adorerai Y. Le declinazioni sono potenzialmente infinite. Sei interessato a questo servizio? Prova la versione premium. Sei un fan di questo artista? Beccati ‘sto nuovo video di questa stella emergente. E così via.

Il meccanismo ricorda da vicino quello degli Sponsored Links di Google, la differenza è che Facebook potrà poggiare su un’enorme quantità di dati personali per consentire agli advertiser di calibrare alla perfezionegli Sponsored Results, ad esempio scegliendo di indirizzarli principalmente a utenti di un certo sesso, di una certà età, con una determinata inclinazione politica e specifici gusti in fatto di cinema.

Superata la fase di test e ricevuti i feedback necessari, con ogni probabilità gli Sponsored Results verranno diffusi a tutti gli utenti Facebook. Insieme alla recente introduzione di Facebook Exchange, questo sistema promette di rovesciare ancora più introiti nelle casse di Facebook, ed è ragionevole supporre che gli advertiser accoglieranno con entusiasmo una soluzione che consente loro di bersagliare un utente con una pubblicità mirata nel momento esatto in cui questi è alla ricerca di qualcosa di specifico.

Ma torniamo al discorso iniziale. Se ora anche i risultati di ricerca di Facebook saranno appesantiti dalla pubblicità, cosa verrà dopo? Saremo condannati ad affogare in una marea montante di ad ultrapersonalizzati? Ci trasformeremo in consumatori compulsivi dipendenti dai social network? Non è detto. Mentre tutto il mondo dell’hi-tech rincorre gli advertiser, infatti, c’è chi sta provando a invertire la tendenza.

Dalton Caldwell, già fondatore del social network Imeem, sta lavorando a un nuovo social network, in parte ispirato a Twitter, che avrà la particolarità di non ospitare un solo messaggio pubblicitario. Secondo Caldwell, infatti, molti social network nascono con potenzialità favolose, ma poi le bruciano per vendersi agli advertiser. I social network di oggi, ad esempio, spiega Caldwell “stanno costruendo lo strumento perfetto per gli advertiser. Se non sei un advertiser, allora non lo stanno costruendo per te.

Il discorso non fa una grinza. Ma riuscirà Caldwell a costruire un’alternativa a Facebook e Twitter allo stesso tempo indipendente ed efficace? Non so voi, io sto già Incrociando le braccia impaziente.

immagine: Michael Holden

Rage Against The Mankind

  

La letteratura fantascientifica ci ha insegnato a temerlo, ne abbiamo intravisto a più riprese i sintomi, è lo scenario che anche i più intransigenti fra i neo-luddisti faticano a immaginare: l’avvento di una legione di operai robot che spazzi via la manodopera umana dalle fabbriche della terra.

L’idea che prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui l’imperfetto e macilento essere umano avrebbe dovuto cedere il passo a un non ben precisato Homo Roboticus è annidata sottopelle nell’immaginario comune ormai da decadi. Si ha tuttavia ancora la percezione che si tratti di uno scenario distante, ancora protetto dai confini dell’improbabile. Eppure, a giudicare dai dati che abbiamo a disposizione, la prospettiva di una robotizzazione del mondo del lavoro è tutt’altro che lontana. Secondo i vertici della Foxconn, la più grande azienda manifatturiera dell’hi-tech odierno (che rifornisce tra gli altri Apple, Intel, Samsung e Sony), una prima transizione potrebbe già essere operata entro i prossimi due anni.

Esattamente un anno fa, il CEO di Foxconn, Terry Guo, aveva spiazzato tutti annunciando che l’azienda cinese si stava preparando ad “assoldare” oltre un milione di macchinari robotici. La discussione riguardante le difficili condizioni di lavoro dei lavoratori Foxconn era rovente, e l’annuncio era stato accolto da alcuni con un certo ottimismo: dopotutto, degli automi potrebbero alleggerire il lavoro degli operai, sostituendoli nelle mansioni più usuranti e pericolose. In pochi, al tempo, avevano paventato la possibilità che l’armata di nuovi lavoratori robot avrebbe potuto scalzare la manodopera umana in maniera massiccia.

Poi, lo scorso novembre, è diventato chiaro che la Foxconn non aveva intenzione di acquistare macchinari da terzi, ma di produrli in proprio e che per farlo avrebbe allestito un nuovo stabilimento per la ricerca e lo sviluppo. Per capire la reale portata della “rivoluzione” programmata dall’azienda cinese, basti pensare che in questo momento, in tutto il globo, la popolazione dei robot industriali ammonta a poco più di un milione di esemplari (dati forniti dalla International Federation of Robotics). Se davvero l’azienda di Taiwan arrivasse a produrre un milione di esemplari entro il 2015, la demografia robotica raddoppierebbe. E dal momento che il progetto di automtizzazione costerà all’azienda centinaia di milioni di dollari, è ragionevole supporre che Guo e colleghi continueranno a produrre automi per esportarli e venderli.

Ma qui non si sta parlando di Skynet o di Cyloni, né tantomeno paventando un’invasione di robot senzienti nella nostra di vita di tutti i giorni. La questione riguarda le fabbriche, e nello specifico, il futuro numero di posti di lavoro. Per quanto Guo assicuri che la nuova legione di automi non servirà a rimpiazzare la forza lavoro umana, bensì ad assisterla, un investimento simile induce a scorgere all’orizzonte una strategia a lungo termine votata al risparmio e all’ottimizzazione delle risorse.

Che poi è la stessa strategia che sembra alimentare la significativa crescita del settore robotico negli ultimi anni. In Asia, dal 2009 ad oggi, il numero di macchinari robotici industriali prodotti è passato da 30.000 a oltre 80.000 automi prodotti ogni anno. Secondo previsioni statistiche questo numero potrebbe toccare i 100.000 all’anno entro il 2014, questo senza contare l’atteso ingresso di Foxconn tra i produttori di robot industriali. In Europa e in America, per contro, questa crescita è molto meno ingente, e di qui ai prossimi anni faticherà a spostarsi dall’assicella dei 40.000 macchinari prodotti.

Insomma, i paesi asiatici, e in primo luogo la Cina stanno investendo un quantitativo enorme di risorse nell’automatizzazione delle industrie manifatturiere. Ma che effetti avrà questa nuova “rivoluzione industriale” sui tassi di impiego e in generale sulla società?

Nel suo saggio Race Against The MachineAndrew McAfee, ricercatore al MIT di Boston, si interroga sulle ragioni che hanno portato a un costante aumento della disoccupazione dalla crisi finanziaria del 2008 ad oggi, a prescindere dai segni di ricrescita dell’economia americana. Secondo McAfee la colpa è in parte della crescente automatizzazione di un numero sempre crescente di settori lavorativi, che ha portato non solo gli operai, ma anche impiegati e colletti bianchi a poter essere sostituiti da macchinari sempre più sofisticati.    

Tuttavia, nonostante la crescente mole di investimenti nell’automatizzazione della forza lavoro, nonostante le prospettive semi-apocalittiche spalancate dalla Foxconn, nonostante la crescita della disoccupazione, McAfee riesce a trovare uno scampolo d’ottimismo. “Erik Brynjolfsson mi ha aperto gli occhi parlando di Atene Digitale. I cittadini ateniesi conducevano una vita di ozio; partecipavano alla vita politica, creavano arte. Questo era possibile soprattutto perché i lavoro lo facevano gli schiavi. Ok, non voglio schiavi umani, ma in un’economia molto, molto automatizzata e digitalmente produttiva, non si avrebbe bisogno di lavorare così tanto, così duramente, con così tante persone, per ottenere i frutti dell’economia. Volendo essere ottimisti, l’automatizzazione potrebbe portarci ad avere molte più ore libere alla settimana.

Per quanto io sia di natura ottimista (qualcuno direbbe addirittura “utopico”), fatico ad immaginarmi un mondo in cui la gente riuscirà guadagnarsi uno stipendio decente lavorando poche ore al giorno. Per quanto si possano ottimizzare i processi produttivi, per quanto automatizzati possano diventare i lavori usuranti, per quanto la produttività possa crescere a dismisura e i costi di produzione abbattersi, nella robotizzazione del mondo del lavoro è più facile vedere affiorare la parola “disoccupazione” che le parole “maggiore qualità di vita”.

Questo dovrebbe indurci a porci seriamente delle domande, senza paura di essere tacciati di “utopismo”.

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