
Stasera, se non avente niente di bello da fare (ma anche se ce l’avete), correte in zona piazzale Lodi, a Milano. In via Benaco 1 trovate un bel circolo, arci OHIBO’, dove dalle 22 tre imprescindibili riviste presentano i loro nuovi numeri.
Qualche validissima ragione per andarci:
C’è inutile con il suo numero #49, che è un cazzotto in piena faccia, e Danilo Deninotti che legge gli aforismi di Vujadin Boškov.
C’è Follelfo con il suo numero #4 e c’è Cadillac con il suo numero #2, altri due begli uppercut alla mandibola
C’è Marco Crupi che suona.
Ci sono Sarah Spinazzola, Francesco Gallone, Andrea Ferrari, Matilde Quarti e Carolina Crespi che leggono.
In un certo qual modo, ci sono anch’io, o meglio un mio racconto, ospite sulle generose pagine di Follelfo.
Si chiama Alive e inizia più o meno così:
Il 24 Settembre, il giorno in cui i Pearl Jam infiammarono Milano con tre ore e mezza di concerto, iniziò con un tamponamento a catena sulla tangenziale ovest.
Da quando le autorità avevano gettato la spugna, lasciando che i notiziari diffondessero gli aggiornamenti che arrivavano dai laboratori di ricerca in Canada e Giappone, la gente aveva iniziato a muoversi in massa verso i centri abitati non ancora colpiti dal morbo. Li osservavo nei loro abitacoli, sigillati in carrozzerie metallizzate, sollevati mezzo metro sopra l’asfalto dai pneumatici, le dita strette sul volante mentre i loro occhi vorticavano frenetici a scrutare il fiume di macchine alla ricerca di un varco che li portasse dieci centimetri più vicini alla libertà. Libertà, per quelle menti flagellate dal terrore, significava Firenze, Lucca, forse Bologna. Città che a quanto si diceva erano state isolate alle prime avvisaglie di epidemia: i sani chiusi dentro, gli appestati rimossi senza troppi convenevoli e indirizzati ai grandi complessi di accoglienza. In televisione i politici si accapigliavano sulla necessità di creare una zona di quarantena, accusavano l’uno la negligenza dell’altro, e intanto i cronisti denunciavano la leggerezza con cui si era sorvolato sui primi casi di peste idrotropa.
Ci eravamo messi in strada alle tre del pomeriggio. Avevamo fissato un orario di ritrovo, ma era andato a farsi benedire, dal momento che era impossibile coordinarsi con il flusso di macchine e persone che abbandonava la città come sangue da una ferita aperta. Non si poteva certo biasimarli. Milano nelle ultime settimane si era trasformata in un cimitero a cielo aperto, capitava sempre più spesso di vedere una donna accasciarsi a lato di un marciapiede in preda a convulsioni, o un vecchio che si aggrappava alla ringhiera delle scale della metro, con gli occhi che si muovevano rapidi come se volessero sfuggire dal corpo, la bocca spalancata in modo osceno mentre sputava fuori le poche gocce di saliva che ancora gli bruciavano in gola. Quei disperati si nascondevano, si mostravano sani, sorrisi tirati e passo spedito, si avvolgevano in larghi cappotti che non stringevano sulle piaghe e cercavano di confondersi il più possibile tra le anime frettolose che calpestavano i viali di Milano.
Il nastro nell’autoradio si bloccò e con un rumore meccanico la cassetta ripartì dal lato opposto. Binaural me l’aveva registrato Vittoria qualche anno prima, quella cassetta l’avevo ascoltata così tante volte che conoscevo a memoria ogni sospiro, ogni sfiato d’armonica, ogni singolo legnoso colpo della legnosa batteria di Matt Cameron.
«Rimetti Light Years».
Serena sedeva dietro, un gomito stancamente appoggiato sulla spalla di Marco, gli occhi socchiusi mentre continuava a viaggiare sulle note del Lato A. Alle mie spalle c’era il respiro lento e ritmico del Ganz, che da quando era entrato in macchina non aveva fatto altro che dormire.
«Cazzo Sere, l’abbiamo ascoltata mille volte, va a finire che arriviamo al Forum e il lato B me lo sono scordato».
«Io manco l’ho mai sentito», commentò Juliette alla mia destra.
Juliette non andava esattamente pazza per i Pearl jam. Ma non ci era voluto molto a convincerla a spendere quei 43 euro con diritti di prevendita. Era bastato presentarmi sotto casa sua e recitare una specie di dichiarazione d’amore, con tanto di plateale inchino sulle scale del pianerottolo, davanti alle facce seccate dei vicini. A Juliette piacevano le farse. Sapeva che il mio unico interesse era trovare un’altra persona con cui dividere la benzina per il viaggio, ma di fronte alla mia poetica determinazione non era riuscita a non sfoggiare un sorriso commosso e accettare il mio baciamano.
Il fatto che poi io fossi realmente innamorato di Juliette, era un’altra faccenda.
«Dai, Ivan, che ti costa? Tanto lo sai a memoria, canzone più canzone meno», si aggiunse Marco cingendole la vita.
Davanti a noi la coda si allungava immobile, un sole ormai tramontato continuava a infiammare le nuvole all’orizzonte colorando ogni cosa di un giallo soffuso. Riavvolsi il nastro e lo lasciai ripartire dalla metà del lato A.
«D’accordo ragazzi, però non è che mi passate altri cinque minuti a limonare, vero?» mi girai e le bocche di Marco e Sere erano già sigillate in un vorticare silenzioso.
Alla mia destra Juliette sorrise e mi lanciò uno sguardo che avrebbe potuto significare di tutto. Le sopracciglia sollevate a incorniciare due occhi verdi impegnati in una smorfia a metà tra il dolce e lo scherzoso. I quattro quarti di Light Years riempirono l’abitacolo e io scrutai in quegli occhi, cercando inutilmente di capire che intenzioni avesse per la serata. Riuscirò a stringerla a me durante Last Kiss, o si allontanerà tra la folla per poi perdersi a saltare tra le prime file? Si girerà verso di me per cantare insieme Alive, oppure si metterà a pogare con capelloni sudati a torso nudo che si divertono a sputarsi addosso birra calda?
La realtà era che non potevo aspettarmi nulla. Tutto era possibile, con Juliette.
Tutto.
Diedi un’altra occhiata a quello sguardo e mi improvvisai preveggente per l’ultima volta.
«Be’, Ivan? Hai visto la madonna? » disse lei.
Niente, inutile.
Ora sorrideva Juliette, mi sbeffeggiava. Un’altra persona rispetto a quella che solo mezz’ora prima aveva incrociato le braccia e dichiarato un secco no davanti ai nostri tentativi di convincerla a uscire di casa. Erano settimane che Juliette non lasciava l’appartamento dei suoi. Il padre di Juliette era un giornalista in pensione che millantava di aver “sacrificato la propria vita alla ricerca della verità nelle trincee in Angola e in Sudan”. La madre un’igienista dentale che aveva abbandonato una promettente carriera dopo che aveva scoperto di aver tenuto aperte per un’ora le mascelle di un appestato al primo stadio.
L’appartamento di Juliette si trovava al terzo piano di un condominio in corso di Porta Ticinese. Al citofono non aveva risposto nessuno, così avevamo imboccato le scale e avevamo preso a bussare alla porta chiusa a quadrupla mandata. Juliette ci aveva aperto quasi subito, si aspettava che saremmo venuti a convincerla, ed era pronta a liquidarci in fretta con un discorso preparato per l’occasione. Ma se con lei erano bastate le parole incoraggianti e le informazioni sugli standard di sicurezza biologica garantiti dal Forum, i veri problemi erano sorti quando si era trattato di convincere i genitori. La madre, che ricordavo come una donna gioviale, ci aveva aggrediti a male parole sbarrando due occhi rossi orlati dal nero dell’insonnia e frapponendosi in modo teatrale tra noi e Juliette. Non saremmo mai riusciti a tirarla fuori di lì se non avessimo avuto con noi Il Ganz e i suoi due metri di stazza da ex-cestista. Strappata di peso dalle braccia della donna, Juliette si era aggrappata a me ed era scoppiata in lacrime. Il Ganz intanto teneva ferma la madre, che ormai schiumava come una leonessa, mentre Marco e Sere cercavano inutilmente di placarla con discorsi rassicuranti. Mentre Juliette tremava con la faccia affondata nella mia felpa, avevo lanciato un’occhiata al centro del salone, dove il padre, barba e capelli incolti, sedeva ipnotizzato davanti allo schermo blu di un vecchio televisore acceso sul telegiornale delle due. Sembrava non accorgersi di quello che stava accadendo attorno a lui, alle sue spalle le tapparelle abbassate chiudevano il soggiorno in una penombra lattiginosa senza tempo.
(se volete sapere come va a finire, andate stasera alle 22 all’Ohibò)
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