SINTIERRA OUTPOST

caotico buono

                                

                 (recensione non richiesta del romanzo Un Amore di Dino Buzzati)

Una serata qualsiasi a perder tempo sui navigli. Filippo e Giorgio stanno buttando giù una IPA da 4 euro servita alla pompa. Da dieci minuti parlano di scrittori italiani e di come, a volte, nel mazzo di romanzi possibili che ognuno di noi tiene nella manica, capita di calare l’asso della partita perfetta.
“Buzzati, il suo, l’ha giocato con Un Amore” fa uno.
“Già, capolavoro assoluto” fa l’altro.
“E poi, la lingua…”
“Cristo, sì, incredibile per quei tempi.”
Avanti così per un altro quarto d’ora, finché la birra finisce e io mi ritrovo a tornare in Brianza con quel titolo che si è conficcato tra le pareti del cranio.

Buzzati, come molti, l’avevo conosciuto e salutato al liceo, e come molti avevo letto solo Il Deserto dei Tartari, un libro che avevo trovato splendido. Quattoridici anni dopo, Buzzati è poco più di un bel ricordo, e sicuramente non c’è spazio per riprenderlo in mano, contando poi che ho già due libri per le mani, più la temibile pila dei “da leggere” che si avvita precaria verso il soffitto di camera mia.

Insomma, qualche giorno dopo parto per la Sardegna, quattro giorni a spegnere il cervello, raddrizzare un poco la schiena, dimenticarsi l’esistenza di Internet. Sulla strada per l’aeroporto mi fermo in libreria, il chiodo è ancora là, non ne vuole sapere di staccarsi dal cranio. Chiedo se hanno Un Amore, ce l’hanno, salgo in aereo alleggerito di nove euro, comincio a leggere. Nel giro di venti pagine capisco che i due maledetti di cui sopra avevano ragione.

Per puro caso, qualche giorno prima di partire ho visto Lolita, il film che Kubrick ha tratto (male, secondo me) dal romanzo di Nabokov. Le due storie, per certi versi, si assomigliano. C’è l’intellettuale borghese che incespica alle soglie dei 50, c’è la ragazzina (maggiorenne, in Buzzati) che sa per istinto come trasformare un uomo in zerbino con pochi, calibrati accorgimenti, c’è la progressione dall’innamoramento in dipendenza, paranoia, insonnia, degenza. E poi le scenate, gli appostamenti, l’abbrutimento di un uomo che ha perso ogni dimensione e spurga tutto il male di cui è capace come una cozza in un catino.

Nel romanzo di Buzzati tutto questo c’è. Solo che c’è anche altro. Molto altro.

C’è il tentativo di disinnescare il dolore analizzandolo, dissezionare un sentimento per sua natura indecifrabile e rigirarlo sotto vetro in un inconsolabile mea culpa. C’è la traduzione maniacale del corpo e del carattere di due personaggi che mai, nemmeno per un momento, riesci a credere fittizi. Questo è possibile perché c’è la volontà, l’esigenza di esser trasparenti, di confessare, di spingere la narrazione oltre i limiti del letterariamente consentito, realizzando una sorta di inconsapevole autoritratto sentimentale, la radiografia di un’esperienza che nessuno strumento (materiale o intellettivo che sia) potrebbe mai catturare dall’esterno. C’è l’umiltà di raccontare al mondo come un uomo può essere parcheggiato, sfibrato, privato una goccia alla volta della propria dignità.

Non c’è traccia di artificio, in questo romanzo, fatta ovvia eccezione per i nomi dei protagonisti. La Milano degli anni Sessanta esce dalla pagina concreta e diretta come un tram, trascinando con sé, cinquant’anni dopo, un mosaico urbano fatto di viali gonfi d’afa, budelli infrattati, lampioni che fumano nella pioggia, residui di un mondo paesano che sopravvivono nelle corti dei vecchi edifici, nascosti da labirinti di vicoli, popolati da una fauna umana così autentica e dolente che quasi incute nostalgia.

Se Buzzati ci riesce è grazie a un uso allenato della lingua italiana, che piega con naturalezza a qualsiasi esigenza, senza per questo appesantire o plastificare una narrazione che non smette mai di essere scorrevole. I dialoghi, i monologhi interiori, i flussi di coscienza si alternano senza regola, la punteggiatura viene sempre e solo sottratta, i tempi verbali scardinati che oscillano dal presente, al futuro, al passato, a volte all’interno della stessa frase. E poi le descrizioni di contorno, l’ambiente cittadino che appare una manciata di ingredienti alla volta, come decine di gocce di colore che, lanciate sul foglio in rapida sequenza, finiscono per comporre un’immagine sorprendentemente vivida. E ancora, il modo in cui Buzzati ritorna sulla stessa scena, quasi volesse ricalcarla da un’angolazione differente, come un giardiniere che falcia un punto del prato e poi, non contento, ci ripassa arrivando da un’altra direzione.

Sono gli strumenti che Buzzati ha scelto per vivisezionare un sentimento, una condizione mentale inevitabilmente oscura, ma che osservata a ritroso, e con perizia, mostra piccole crepe in cui si può far filtrare luce, e alleviare così anche di poco l’inquietudine che ci marcisce. Non serve spulciare Wikipedia per capire che Antonio Dorigo è il clone narrativo che Buzzati ha condannato a ripercorrere un tipo di inferno quasi identico a quello che lui stesso ha percorso, rincorrendo un’altra ragazza, in altre situazioni, in un altro periodo, nella stessa Milano.

A chi è capitato di rimanere parcheggiato alle caviglie di una donna ritrosa, chi si è umiliato, degradato, chi si è lasciato consumare da un rapporto malato fino a perdere le tracce di se stesso, conosce bene la sensazione che si sperimenta a fine percorso, quel senso di inesistenza, di un vuoto che sembra incolmabile. Invece di provare a riempire quella voragine, Buzzati ha deciso di camminarci intorno, di riaffacciarsi un’altra volta a perlustrarne i bordi, deciso a decifrarlo, o quanto meno a trovargli un nome.

A quattro anni di distanza (l’esperienza risale al ’59, il romanzo pubblicato nel ’63), Buzzati si è rialzato da quel bordo e ha calato il suo asso. Il risultato è un capolavoro assoluto, sì, un romanzo che cinquant’anni dopo ancora riesce ad afferrarti per la bocca dello stomaco e stringere, per poi lasciarti seduto sul bordo della sua voragine, con un cerino acceso in mano, e i piedi sospesi sul buio più nero. Incredibilmente arricchito. Come uomo e come scrittore.

Immagine: I misteri dei condomini - di Dino Buzzati

10 mesi fa
  1. postato da fazdeotto